il 17 aprile 2027

Satman

di Mario Gelardi
regia di Gennaro Maresca
con Anna De Stefano e Domenico Quattroventi
una produzione B.E.A.T. Teatro

Questo progetto teatrale si ispira liberamente a una storia vera, alla vicenda di Satnam Singh, morto nel giugno 2024 dopo un grave infortunio sul lavoro e il successivo abbandono del suo corpo, avvenuto durante un trasporto effettuato dal datore di lavoro. Il testo non intende ricostruire i fatti in forma documentaria né giudiziaria, ma assume quell’evento come origine etica e drammaturgica, interrogando ciò che lo ha reso possibile.

L’opera concentra il proprio sguardo su un tempo ristretto e su uno spazio unico: il tragitto in furgone che separa il campo in cui l’uomo ha subito l’incidente, in particolare l’amputazione di un braccio, dall’abbandono. Un tempo breve, apparentemente secondario, che diventa invece il luogo in cui il lavoro mostra il suo volto più nudo. Non il lavoro come attività, ma il lavoro come rapporto di forza, come sopravvivenza, come ricatto.

Il contesto è quello del lavoro agricolo in nero, dei braccianti invisibili, di un’economia che si regge sulla precarietà assoluta di chi non ha alternative. Il corpo ferito che viene caricato sul furgone è il prodotto di quel sistema: un corpo sfruttato, non tutelato, facilmente sostituibile. Ma anche chi guida il mezzo è parte di un’altra miseria, di un’altra catena, in cui il margine di scelta è reale ma ristretto, e proprio per questo drammaticamente responsabile. In questo senso, il testo mette in scena una miseria che si scontra con un’altra miseria, senza assoluzioni e senza caricature.

La scena è abitata da tre presenze. Il padrone, alla guida, incarna una funzione prima ancora che un individuo: gestisce il lavoro, il tempo, il rischio. Il suo linguaggio è quello dell’organizzazione e dell’urgenza, un linguaggio imparato, ripetuto, difensivo, che normalizza l’eccezione e trasforma l’emergenza in prassi. Accanto al corpo siede la moglie della vittima, anch’essa bracciante, anch’essa esposta alla stessa fragilità. La sua presenza introduce il legame affettivo dentro un meccanismo che non lo prevede. È lei a tenere insieme lavoro e vita, produzione e perdita. Il terzo elemento è un fantoccio che simula la vittima: non parla, non agisce, ma occupa spazio e lo altera. È un corpo che pesa, che ingombra, che obbliga a rallentare. Un corpo che rende visibile il costo umano del lavoro quando il lavoro non è più regolato da diritti.

Il furgone diventa così un luogo extraterritoriale, sottratto alla legge, ai controlli, allo sguardo pubblico. Un luogo tipico del lavoro irregolare: mobile, anonimo, invisibile. Il viaggio è un tempo sospeso in cui ogni secondo che passa è una decisione non dichiarata. I gesti minimi – una curva, una frenata, un telefono sottratto – diventano atti politici prima ancora che morali. Non c’è violenza spettacolare, ma una progressiva sottrazione di possibilità.

La fermata finale non è una conclusione, ma una deposizione. Il corpo viene lasciato come si lascia un attrezzo rotto, qualcosa che non serve più al ciclo produttivo. Il mezzo riparte. Il lavoro, altrove, continuerà. Il sistema non si interrompe.

Questa opera interroga la normalità dello sfruttamento, la sua capacità di uccidere senza odio. Il teatro qui non spiega, non consola: espone. Al centro, una domanda senza risposta: fino a che punto accettiamo che la nostra ricchezza si alimenti dell’abbandono dei più fragili?

 

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