il 27 febbraio 2027

Passato remoto

di e con Oscar De Summa
progetto sonoro Oscar De Summa e Davide Fasulo
una produzione Teatro Metastasio di Prato

Un monologo che intreccia autobiografia, racconto performativo e riflessione sul tempo e sulla memoria. Il punto di partenza è un incidente stradale avvenuto a diciotto anni: un evento che interrompe bruscamente la continuità della vita e produce una frattura percettiva profonda. Il racconto attraversa l’esperienza del trauma non come fatto realistico, ma come alterazione dello sguardo: il tempo che rallenta, il corpo che si sdoppia dal dolore, la lucidità improvvisa che emerge nei momenti di pericolo estremo.

A partire da questa esperienza-limite, la narrazione si espande. Il ricordo individuale comincia a incrinarsi e lascia affiorare immagini che non appartengono più solo al presente: rituali arcaici, figure di lutto, gesti antichi, memorie che sembrano provenire da un altro tempo. Il testo non ricostruisce una storia, ma costruisce una risonanza tra piani temporali diversi, mettendo in relazione l’evento vissuto con un immaginario più ampio e collettivo.

In questa seconda parte, il percorso devia consapevolmente di tono. La medicina alternativa e il pensiero transgenerazionale entrano in scena come un territorio laterale, attraversato con curiosità e ironia. Il bisogno di trovare un senso all’accaduto genera teorie, ipotesi, spiegazioni sorprendenti, talvolta eccessive, talvolta paradossali. Il registro si fa più brillante: il racconto utilizza il gioco, lo scarto e l’intelligenza comica per avvicinarsi a temi complessi come la colpa, la rimozione e l’eredità, senza semplificarli né renderli dogmatici.

La scoperta di una coincidenza — il ripetersi di una stessa data a distanza di generazioni — apre così una dimensione transgenerazionale. Non come verità da dimostrare, ma come possibilità narrativa e scenica: l’idea che certi eventi possano lasciare tracce, che il tempo non proceda soltanto in avanti, che il corpo possa diventare luogo di passaggio di una memoria non elaborata.

Uno spazio instabile, attraversato da fratture improvvise. La parola procede come se camminasse su terreno irregolare: viene interrotta, deviata, disturbata da suoni, silenzi, intrusioni musicali che ne incrinano la continuità. Il tempo in scena non scorre: si inceppa, ritorna, si ripete. Avanza per scarti, come un pensiero che non riesce a liberarsi di ciò che ha già visto.

Una zona di attrito. Non cerca equilibrio, ma espone una tensione costante tra gravità e scarti ironici, tra il racconto di un’esperienza singolare e una materia che eccede l’individuo. Ciò che ritorna non viene pacificato né chiarito. Insiste. Rimane. Come un segno che non smette di farsi sentire e costringe lo sguardo a tornare sempre lì, nello stesso punto.

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