il 22 marzo 2026

Assetati

di Wajdi Mouawad
regia e spazio scenico Davide Pascarella
con Davide Pascarella
dramaturg e assistente alla regia Alessandro Businaro
immagini e oggetti Maria Spadoni
disegno luci Carmine Pierri
direttore di scena Antonio Gatto
datrice luci Desideria Angeloni
allieva attrezzista Roberta Torriero
assistente stagista Maurizio Campobasso
foto di scena Ivan Nocera
la voce registrata è di Cecilia Fabris
grazie a Édouard Pénaud per la consulenza alla traduzione
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
in collaborazione con A.M.A. Factory
evento sostenuto dal Teatro Pubblico Campano
progetto vincitore della terza edizione del Premio Leo de Berardinis per artisti e compagnie under 35

È il 1991. C’è un ragazzo che si chiama Murdoch che una mattina si sveglia parlando e non smette più. C’è una ragazza che si chiama Norvège che piange di orrore e si è chiusa in camera perché ha un mostro nella pancia.
C’è un uomo che si chiama Boon, è un antropologo forense, ha appena trovato due cadaveri congelati sul fondo di un fiume: sono abbracciati da così tanto tempo che i corpi si sono fusi l’uno nell’altro. Questi personaggi si alternano senza mai esistere insieme sulla scena. Sono in tempi e in spazi diversi. Corrono paralleli scappando l’uno dall’altro. Eccoli qui allora, in scena, tutti e tre in un solo corpo, il mio. In uno spazio senza definizioni, in un limbo, tra la vita e la morte, tra la realtà e l’invenzione. Sospesi tra i documenti e gli oggetti di chi esiste, e il mondo-microcosmo di chi appartiene solo a un «universo poetico». Questi personaggi sono assetati, così dice Mouawad.
Ma questa sete non è solo quella sete bella, la sete di vita, che li pervade: è anche la sete, la Crave di Sarah Kane, che ti corrode. Una sete per cui si muore.
E morire di sete è terribile. Assetati parla di sentirsi dilaniati dal dolore che sentiamo, parla della bruttezza che mangia vivi gli esseri umani e della bellezza che li salva. Parla dell’adolescenza che illumina la vita. Parla di smettere di credere ai propri sogni finché quei sogni non ti vengono a cercare e ti chiedono il conto di non averli sognati abbastanza forte. È un testo che ha ancora, credo, il potere di cambiare chi lo legge. A me è successo.
La mia sete enorme di fare questo spettacolo è la conseguenza di un debito di amore che ho verso questo suo potere magico, che mi ha restituito quello che credevo perso. Io sono qui per conto di Boon, perché lui mi ha chiesto di fare questo spettacolo, come Boon è in questo testo per conto di qualcun altro, che ha chiesto a lui di scriverlo. Perché Assetati è il mio spettacolo che debutta oggi, sì. Ma è anche il testo di Wajdi Mouawad, scritto in Québec nel 2006.
Ed è anche il testo che Boon scrive nel suo immaginario 1991, alla fine dello spettacolo. È un testo circolare che si manifesta come un incantesimo.
E che, come in Inception, scavalla continuamente i livelli di quello che è reale, per arrivare dal livello profondo della fantasia al livello intermedio del palco del teatro, per poi uscire dalla porta insieme a noi ed entrare così nel mondo reale.
Davide Pascarella

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