di Wajdi Mouawad
regia e spazio scenico Davide Pascarella
con Davide Pascarella
dramaturg e assistente alla regia Alessandro Businaro
immagini e oggetti Maria Spadoni
disegno luci Carmine Pierri
direttore di scena Antonio Gatto
datrice luci Desideria Angeloni
allieva attrezzista Roberta Torriero
assistente stagista Maurizio Campobasso
foto di scena Ivan Nocera
la voce registrata è di Cecilia Fabris
grazie a Édouard Pénaud per la consulenza alla traduzione
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
in collaborazione con A.M.A. Factory
evento sostenuto dal Teatro Pubblico Campano
progetto vincitore della terza edizione del Premio Leo de Berardinis per artisti e compagnie
under 35
È il 1991. C’è un ragazzo che si chiama Murdoch che una mattina si sveglia parlando e non
smette più. C’è una ragazza che si chiama Norvège che piange di orrore e si è chiusa in
camera perché ha un mostro nella pancia.
C’è un uomo che si chiama Boon, è un
antropologo forense, ha appena trovato due cadaveri congelati sul fondo di un fiume: sono
abbracciati da così tanto tempo che i corpi si sono fusi l’uno nell’altro. Questi personaggi si
alternano senza mai esistere insieme sulla scena. Sono in tempi e in spazi diversi. Corrono
paralleli scappando l’uno dall’altro. Eccoli qui allora, in scena, tutti e tre in un solo corpo, il
mio. In uno spazio senza definizioni, in un limbo, tra la vita e la morte, tra la realtà e
l’invenzione. Sospesi tra i documenti e gli oggetti di chi esiste, e il mondo-microcosmo di chi
appartiene solo a un «universo poetico». Questi personaggi sono assetati, così dice
Mouawad.
Ma questa sete non è solo quella sete bella, la sete di vita, che li pervade: è
anche la sete, la Crave di Sarah Kane, che ti corrode. Una sete per cui si muore.
E morire di
sete è terribile. Assetati parla di sentirsi dilaniati dal dolore che sentiamo, parla della
bruttezza che mangia vivi gli esseri umani e della bellezza che li salva. Parla dell’adolescenza
che illumina la vita. Parla di smettere di credere ai propri sogni finché quei sogni non ti
vengono a cercare e ti chiedono il conto di non averli sognati abbastanza forte. È un testo
che ha ancora, credo, il potere di cambiare chi lo legge. A me è successo.
La mia sete enorme
di fare questo spettacolo è la conseguenza di un debito di amore che ho verso questo suo
potere magico, che mi ha restituito quello che credevo perso. Io sono qui per conto di Boon,
perché lui mi ha chiesto di fare questo spettacolo, come Boon è in questo testo per conto di
qualcun altro, che ha chiesto a lui di scriverlo. Perché Assetati è il mio spettacolo che
debutta oggi, sì. Ma è anche il testo di Wajdi Mouawad, scritto in Québec nel 2006.
Ed è
anche il testo che Boon scrive nel suo immaginario 1991, alla fine dello spettacolo. È un
testo circolare che si manifesta come un incantesimo.
E che, come in Inception, scavalla
continuamente i livelli di quello che è reale, per arrivare dal livello profondo della fantasia al
livello intermedio del palco del teatro, per poi uscire dalla porta insieme a noi ed entrare così
nel mondo reale.
Davide Pascarella